Il racconto che segue è una testimonianza reale tratta dal libro “La porta di latta”, scritto dallo psicologo e psicoterapeuta Ulisse Mariani. Attraverso questo caso concreto, esploreremo un tema delicato e complesso come la schizofrenia, analizzando in modo accessibile i meccanismi psicologici e le dinamiche che più di frequente ne favoriscono lo sviluppo.
Alvaro Cicala
“Buongiorno. Sono Alvaro Cicala, si ricorda di me? Le ho telefonato lunedì scorso per un appuntamento.”
“Certo che mi ricordo.” Gli strinsi la mano e, scostandomi un po’, feci cenno per farlo accomodare nella stanza.
Alvaro Cicala si fece avanti con molta cautela, lentamente, quasi con circospezione.
Si fermò dopo pochi passi al centro della stanza, piantandosi con le gambe ben divaricate.
Sfilandosi gli occhiali neri, girò su sé stesso per guardarsi attorno; poi, inarcando le ciglia e annuendo come chi ha capito chissà che cosa, mi squadrò dal basso in alto. Solo a quel punto, con passo molleggiato, si avvicinò ad una sedia: la prese, la posizionò con cura e si mise seduto, rimettendosi gli occhiali da sole e portandosi le mani ai fianchi.
L’entrata era stata sicuramente ad effetto.
Raggiunsi anch’io la mia sedia e, mentre mi accomodavo, gli chiesi quale problema l’avesse spinto da me.
“Mi fanno i dispetti, ridono di me e dicono tante falsità sul mio conto.”
“Chi si prende gioco di lei?”
“Due ragazze che abitano al piano di sopra. Tutto il giorno mi spiano. Non posso fare più niente perché loro dicono che mi metto le calze da donna, che sono omosessuale. Non so come riescono a vedermi, ma io le sento parlare tra loro. Ho paura di farmi anche la doccia: ridono del mio corpo, di come mi tocco, di come mi lavo.”
“Ha provato a dire loro di smettere?”
“Ho bussato tante volte alla porta del loro appartamento, ma non mi aprono. Fanno finta di non esserci. Io so che ci sono.”
Alvaro Cicala presentò così il suo problema.
Con il busto eretto sulla sedia e le mani sui fianchi.
Con la voce bassa e roca.
Con gli occhiali da sole.
“Chi è al corrente di tutto ciò?”
“Solo un mio amico.”
“Con chi abita?”
“Adesso sono solo. Mia madre è morta quando ero piccolo e mio padre due mesi fa.”
“Ha fratelli?”
“No, dottore.”
Più andavo avanti nel raccogliere qualche notizia sulla sua vita, più avevo l’impressione che Alvaro Cicala diventasse piccolo, fragile, disponibile, quasi bisognoso di essere accudito.
Sentivo tanta solitudine in lui, ma non la solitudine di chi ha poche relazioni sociali o di chi vive il lutto per la perdita di un genitore. Era qualcosa di più profondo, di più totale, di assoluto.
Con la penna disegnai un minuscolo punto su un foglio bianco e, porgendoglielo, dissi:
“Si sente così, vero?”
“Ha indovinato.”
“Forse quelle ragazze tengono viva la sua rabbia, tanto da non farla sentire solo.”
Non rispose.
“Mi chiedo con chi è arrabbiato veramente.”
Alvaro Cicala si tolse lentamente gli occhiali; prese la mia penna, appose un puntino accanto a quello che avevo fatto io e li cerchiò dentro un’unica circonferenza.
“Come è morta sua madre?”
“Nel letto, con me.”
“Vada avanti, mi racconti.”
“Ero proprio piccolo. Avevo cinque anni. Mia madre dormiva con me perché il babbo non c’era mai. Quando tornava era sempre cattivo. Beveva. Ha sempre bevuto e se la prendeva con la mamma. Urlava, bestemmiava, ci picchiava e poi si addormentava sul lettone.
Una notte mia madre morì. Non so per quale motivo. Morì mentre piangeva e per tre giorni rimasi aggrappato a lei che diventava sempre più fredda. Non se ne accorse nessuno.”
Alvaro Cicala infilò di nuovo gli occhiali e aggiunse:
“Io dipingo.”
“Cosa fece suo padre dopo la morte della mamma?”
“Niente. Continuò a bere di notte e a lavorare di giorno, al mulino.”
Continuai a raccogliere ancora qualche notizia, poi gli chiesi come mai fosse venuto proprio da me.
“Ho studiato tutto bene. Sono diversi giorni che osservo l’edificio del suo ambulatorio, le strade circostanti e la gente che passa. Mi sembra un posto tranquillo e sicuro. Lei c’è la settimana prossima?”
“Certo, se vuole ogni mercoledì dalle 16.00 alle 17.00 sarò qui per ascoltarla ed aiutarla.”
“Va bene dottore. Ma intanto con le ragazze che ridono di me che faccio?”
“Dipinga le loro risate, così vedremo di che colore sono.”
Con questa uscita un po’ naïf Alvaro Cicala si tranquillizzò. Mi strinse la mano con forza e se ne andò a passo svelto, quasi rinfrancato.
Dopo pochi minuti, mentre ancora pensavo a questa storia, squillò il telefono.
“Pronto, sono Alvaro Cicala, si ricorda di me?”
“Certo.” risposi io un po’ meravigliato. “Che succede?”
“Ma… mercoledì ci vediamo sempre lì dove ci siamo visti oggi?”
“Sicuro.”
“Allora va bene. Buonasera dottore.”
Per molti mercoledì Alvaro Cicala si presentò come il più collaborativo dei pazienti: puntualissimo, gentilissimo, portava i suoi disegni in seduta, raccontava sogni e vicende del suo passato.
Cercavo di bilanciare il mio intervento, interpretando con estrema cautela e gradualità quello che gli era successo.
In fondo un pezzo di Alvaro Cicala era morto nel tentativo di difendere la madre e il pezzo che era rimasto vivo chissà quanto doveva aver sofferto in quei tre giorni di gelo, accanto alla madre immobile.
Mai un accenno al presente, a quello che faceva.
Mai un pensiero rivolto al futuro.
Era coinvolto solo nel rapporto con me e parlavamo attraverso simboli e metafore.
I disegni che spesso portava, estraendoli all’improvviso come spade da sotto il giubbetto, erano terrificanti: alberi morti con radici larghe e viscide; umanoidi vaganti in un paesaggio senza confini, senza colori, senza orizzonti, senza forma.
Alvaro Cicala, malgrado fosse un paziente modello, praticamente era come morto.
Non mi rimaneva che rianimarlo attraverso quella relazione così affettivamente significativa che stavamo costruendo e che per lui si configurava come una situazione assolutamente inedita.
Ma come si fa a partorire uno che è già morto?
Come si fa a restituire alla vita uno che da bambino ha vissuto per tre giorni con la morte della madre? Che ha tentato invano di resuscitarla? Che è cresciuto all’ombra di un padre ignobile e brutale, che una volta gli ha anche ucciso il gatto e glielo ha fatto trovare dentro il frigorifero?
Ci pensò lui, un giorno d’estate.
Mercoledì. Ore sedici in punto.
“Buonasera. Sono Giuseppe, un amico di Alvaro Cicala.”
Non scherzava. Era lui. Senza occhiali da sole, un po’ meno molleggiato, ma era lui o, almeno, una parte di lui.
“Oggi il mio amico non può venire. È fuori per lavoro e così sono venuto io. Posso entrare?”
Così esordì Alvaro Giuseppe Cicala.
Quella ventata di follia annunciò invece i primi passi verso la vita.
Difatti Giuseppe cominciò subito a chiedermi come potesse aiutare Alvaro a farlo uscire da casa, a fargli conoscere degli amici, a farlo divertire un po’, visto che finora aveva trascorso una vita difficile ed appartata.
Solo scindendosi Alvaro riusciva ad affacciarsi al futuro, a desiderare, a progettarsi.
Parlai con Giuseppe per molti mercoledì a seguire.
Poi riapparve Alvaro Cicala con i suoi disegni.
E poi ancora Giuseppe.
Dopo un anno si alternavano alle sedute con regolarità. Con Alvaro si ricostruiva il passato.
Con Giuseppe si pensava al futuro.
Il presente era il mercoledì dalle 16.00 alle 17.00.
Per tanto tempo parlammo di disperazione, di identità sessuale, di paura, del padre e della madre, degli studi, del lavoro di muratore e dei rari amici.
Alvaro e Giuseppe cominciarono a fondersi, confondersi, sovrapporsi.
Un giorno Alvaro Cicala mi lasciò un messaggio nella segreteria telefonica:
“Buongiorno. Sono Alvaro Cicala. Si ricorda di me? Io non posso più venire. Devo disdire l’appuntamento. Le auguro una brillante carriera.”
La psicoterapia non era certo finita, ma forse Alvaro Cicala di più non poteva fare.
Dieci mesi dopo ricevetti una cartolina dalla Svizzera a firma di Alvaro. Dopo i consueti saluti c’erano due puntini distinti. Ognuno cerchiato con un bel tondo.

