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Anoressia: i Meccanismi Familiari Che la Provocano

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Ulisse Mariani
Anoressia

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Quella che state per leggere non è una semplice testimonianza, ma una storia vera. Tratto dal libro “La porta di latta” dello psicologo e psicoterapeuta Ulisse Mariani, questo racconto accende i riflettori sull’anoressia, svelando quei complessi meccanismi familiari che, spesso nel silenzio, ne muovono i fili.

La famiglia Martella e l’Anoressia di Giuseppina

La famiglia Martella sembrava proprio appartenere ad un film di Fellini, tanto erano caratteristici i personaggi.
Sei mesi prima mi aveva contattato la figlia Giuseppina di 23 anni con la quale avevo iniziato una psicoterapia per affrontare un disturbo anoressico.
Nel corso delle sedute ravvisai la necessità di vedere l’intero nucleo familiare.
Non ci furono problemi: Giuseppina acconsentì e la famiglia, padre, madre e sorella, venne all’appuntamento.

Giuseppina era una ragazza dalla bellezza sbiadita: mora, con i capelli corti e la frangetta a nascondere gli occhi tondi e luminosi; aveva sempre un’espressione triste, di chi ha pianto da poco.
I movimenti erano lenti e affaticati; le parole sempre misurate, senza emozioni, quasi arrendevoli.
Si era sposata a 21 anni dopo un brevissimo fidanzamento, ma dopo pochi mesi era tornata a casa dai genitori.

Il motivo della separazione non mi fu mai chiaro, malgrado spesi parecchie sedute per capire cosa fosse successo. Probabilmente non era successo nulla, né dal punto di vista affettivo, né sessuale. Ebbi forte l’impressione che Giuseppina avesse provato a sposarsi come chi all’improvviso decide di assaggiare un’ostrica per sapere com’è: c’è chi ne decanta il profumo del mare, chi la sputa schifato. Giuseppina aveva sputato tutto: casa, marito, mobili nuovi e, nel tornare in famiglia, continuò a spuntare qualunque cosa mettesse in bocca.

Pesava 41 chili e la sua vitalità, anche negli ultimi sei mesi, si andava spegnendo a vista d’occhio, seduta dopo seduta.
Se non fossi stato certo che da poco era stata sottoposta ad accurati accertamenti medici, avrei giurato che si trattava di una paziente terminale, tanto era accelerato il deperimento fisico ed il senso di abbandono.

Quando frequentava ancora la scuola, all’età di diciassette anni, Giuseppina fu ripetutamente insidiata dal parroco del paese durante le ripetizioni di greco che il parroco stesso le impartiva.
Per molto tempo pensai che questo episodio fosse la causa dell’anoressia. Gli ingredienti c’erano tutti: una figura adulta significativa che ti tradisce, la violenza, per fortuna non agita fino in fondo, il trauma, il rifiuto della sessualità.

Ma non era così.
La famiglia Martella entrò nella stanza dei colloqui in fila indiana.
Prima la signora Giovanna, poi la figlia Monia di sedici anni, Giuseppina e il babbo Giocondo.
Se solo avessi immaginato che dopo sei anni il signor Giocondo si sarebbe dato fuoco dentro casa, accendendosi come una torcia, ponendo fine alla sua misera esistenza, di certo avrei fatto di più, avrei preso altre strade, l’avrei sostenuto con più decisione e più impegno.
Il guaio del nostro lavoro è che spesso ci si trova davanti a sofferenze così profonde e nascoste nelle pieghe della malvagità dell’Altro che le une non sono più la causa diretta dell’altra, ma formano un tutt’uno indivisibile. Vittima e carnefice diventano, per qualche alchimia, della stessa sostanza, dividendosi solo i ruoli.

Ecco perché maghi ed esorcisti riescono là dove per gli psicologi e i terapeuti diventa impossibile dipanare la nebbia e ristabilire la dignità.
Essi si appellano alle carte o al demonio, ricongiungendo l’irrazionalità umana al fato e al divino.
Se il signor Giocondo si fosse affidato ad un buon mago, questi gli avrebbe consigliato di fare cerimonie e riti propiziatori, rendendo più dense le nebbie tanto da non farlo brillare per pochi secondi in un qualunque pomeriggio, di un qualunque giorno, di un qualunque anno della sua vita.

Ed invece il signor Giocondo ha incontrato uno psicologo che, non potendo consultare le carte o le stelle, ha solo cercato di capire e restituire senso e dignità ai gesti e alle emozioni di una famiglia.
Ma il delitto era già perpetuato.
A me non rimaneva che qualche relitto.
“Ho pensato di convocare questa famiglia perché sento che Giuseppina ha bisogno di voi.”
“Uh… dottore… quanto ha bisogno di me!” intervenne subito la signora Giovanna, ridendo di gusto.
“Perché ride, signora Giovanna?”
“No… non sto ridendo. È che io preparo tante cose buone per Giuseppina, ma lei non vuole mangiare. Preparo la pizza, il piccione ripieno, le tagliatelle fatte in casa. Quelle tagliate un po’ grosse. A lei, dottore, piacciono? Gliele faccio portare da Giuseppina la prossima volta.”
“Lei, signor Giocondo, che lavoro fa?”
“Io sto in campagna.”
“Che pensa del problema di sua figlia?”
“Ma…non lo so. Queste ragazze oggi vogliono essere tutte magre, ma se continua così alla fine si ammalerà. Giuseppina, perché non mangi?”
Il signor Giocondo parlava concitato e con le braccia conserte, sforzandosi di farmi capire i problemi della figlia.
La moglie rideva. Rideva ogni volta che il marito parlava o esprimeva un’idea, un parere. Rideva e ammiccava quasi a farmi intendere le sciocchezze che diceva.
Il signor Giocondo se ne avvedeva, ma non si arrabbiava: continuava a parlare della figlia, del breve fidanzamento, che glielo aveva detto, che forse si poteva ancora rimediare con un po’ di buona volontà.

Mentre parlava, non potevo fare a meno di guardare le due ragazze: Giuseppina magra, spigolosa, triste e spenta; Monia alta, con un fisico notevole, tutta curve, truccatissima e fasciata da un mini abito che le rendeva i movimenti un po’ impacciati, ma per questo ancora più sensuali. Una bambolona, che, nonostante la giovanissima età, emanava una carnalità davvero ingombrante.
La madre guardava spesso Monia con senso di soddisfazione, come a dire: “Guardi, dottore, quanto l’ho fatta bella e procace!”

Sembrava quasi la telecomandasse: uno sguardo e Monia accavallava le gambe; un’altra occhiata e si sosteneva il seno. La mamma continuava a guardare me e la figlia alternativamente, come a imbastire un filo che ci potesse unire.
Tentai di parlare alla ragazzina:
“Tu che fai?”
“In che senso? “
“Vai a scuola?”
“Sì.”
“Che scuola fai?”
“Il secondo liceo scientifico.”

La signora Giovanna appariva letteralmente entusiasta di questa brillante conversazione.
Nelle settimane a seguire riuscii a capire parecchie cose della famiglia Martella.
Il signor Giocondo non aveva voce in capitolo: la moglie lo teneva all’oscuro di tutte le cose che succedevano in famiglia, né lui si sforzava di prendere posizione e di interessarsi. Il suo hobby preferito era quello di andare sui posti degli incidenti stradali ad osservare tutto ciò che accadeva. Aveva un fiuto eccezionale: a volte riusciva ad arrivare prima dei mezzi di soccorso ed amava raccontare a tutti il sangue sull’asfalto, le macchine distrutte, le ferite, il trambusto, le sirene delle ambulanze.

La signora Giovanna, invece, cucinava sempre. Per tutti. A tutti portava polli, patate, uova, tagliatelle, sughi e marmellate.
Trattava il marito come un figlio piccolo da accudire. Una volta gli preparò la cena molto presto; lo fece mangiare, lo accompagnò a letto, aspettò che si addormentasse e poi, insieme alle figlie, venne in seduta. Quando mi fece presente il motivo dell’assenza del marito, scoppiò in una fragorosa risata.

Spesso raccontava del suo rapporto con Giuseppina:
“Pensi, dottore, sono stata sempre così vicina a Giuseppina che mi commuovevo ogni volta che riceveva fiori o biglietti d’amore da suo marito, quando erano fidanzati. Ho sempre pianto e gioito per i voti presi a scuola, per le cotte che prendeva per i ragazzi. Le sono stata sempre così accanto che non riesco proprio a capire perché adesso abbia deciso di non mangiare più le cose buone che preparo.”
Con Monia il rapporto era diverso.

Sembrava quasi che la signora Giovanna vivesse la propria sessualità attraverso la figlia, offrendola agli sguardi, e forse non solo, degli uomini che in qualche modo interagivano con la famiglia.
Una sera, in seduta, Monia disse di essere stata chiamata, durante la mattinata, dal preside della scuola e che questi, un anziano sacerdote, le aveva chiesto di ballare per lui, lì in presidenza.
Puntuale la risata della madre.
“Ma avrai capito male!”
“No, mamma.” Insistette Monia. “Mi fa chiamare spesso e a volte mi tocca le gambe e il seno.”
“E tu non ti far toccare. Ma, se ti chiama, da don Melandri ci devi andare. È così bravo e comprensivo.”
Quella sera il babbo abbozzò qualche considerazione con più vigore, ma sempre senza rabbia, senza prendere posizione e finì così per scomparire nelle risate della moglie. Come sempre.
Più procedeva la psicoterapia, più le gonne di Monia si accorciavano fino a scomparire quando si sedeva, mentre Giuseppina appariva ogni volta più magra.
Sembrava proprio che la signora Giovanna avesse svuotato Giuseppina di tutte le emozioni e le vivesse attraverso il corpo di Monia con malcelata eccitazione.
Mostrandola così, nella sua fantasia si accoppiava con il prete, con i ragazzi che frequentava, con me.
Malgrado una situazione familiare difficile da cambiare, riuscii comunque a restituire a Giuseppina le lacrime per piangere, le parole per parlare, la rabbia per urlare, la fame per mangiare.
Il signor Giocondo mi ringraziò fino a baciarmi le mani.
La signora Giovanna mi portò due polli congelati.