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Il Ruolo del Papà Prima e Dopo la Nascita di un Figlio

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Ulisse Mariani

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Riassunto:

Il testo che segue è tratto dal libro “Mio figlio mi legge nel pensiero”, scritto da Rosanna Schiralli, Ulisse Mariani, edito da Mondadori. Spiega quale debba essere il ruolo del padre, prima e dopo la nascita di un figlio: egli ha il compito di trasferire la coppia in un nuovo sistema chiamato famiglia, stando attento che i bisogni di ognuno (partner, figli, parenti stretti, se stesso) rimangano soddisfatti e non frustrati.


La Nascita di un Padre: Voglia di Esserci e Tentazione di Fuggire

La percezione emotiva della paternità si costruisce in tempi molto più ristretti rispetto alla maternità: mentre la donna infatti, in virtù di una lunga gestazione, ha la possibilità di adeguare i cambiamenti fisici indotti dalla gravidanza con una parallela introiezione del figlio nella testa arrivando al parto più preparata e con una identità di madre, come abbiamo visto, più consapevole e meglio definita, per l’uomo i vissuti sono tutti indiretti e, per così dire, “subiti passivamente dall’esterno”, almeno fino a quando il bambino nasce.


Occorre tuttavia che ogni papà avvii la relazione con il proprio piccolo già durante la gravidanza, favorendo e consolidando la costruzione della triade madre-padre-bambino e soprattutto abbia la possibilità di realizzare una interazione precoce ed intensa con il piccolo (contatto fisico, legame affettivo, coinvolgimento) affinché, al pari della madre, possa rispondere adeguatamente ai bisogni del figlio. È escluso ogni rinvio e ogni rimando della presenza educativa paterna a imprecisati e successivi periodi della vita del bambino, sia perché ogni piccolo ha bisogno del papà fin dalla nascita sia perché il pericolo di essere tagliato fuori senza appello dai compiti educativi è alto.


Molti padri rimangono spettatori di questa graduale espropriazione della paternità, pensando sia normale.
In fondo cosa può fare un padre con un essere così piccino? Quale aiuto può dare alla moglie? Chi, meglio della suocera, sa quel che c’è da fare?Con queste domande i padri arretrano sempre di più, credendo di ‘rientrare’ nel ruolo per insegnare al proprio figlio a giocare a pallone, a pescare e a nuotare quando sarà più grande.
Il problema è che quando il bambino arriverà a quell’età avrà interagito con il padre così poche volte che, probabilmente, non avrà proprio voglia di giocare a pallone con lui.
Ma, attraverso questa forclusione viene meno, anche qui gradualmente, la coppia.


Concepire, avere ed educare un figlio comporta una ridefinizione ed una fortificazione della coppia genitoriale. La nascita e la gestione del bambino è affare prevalentemente della mamma e del papà, in termini diversi ma altrettanto importanti.
I padri devono entrare a pieno titolo nell’educazione dei figli fin da quando sono piccolissimi, stando vicino alla partner, aiutandola nelle cose concrete, interagendo con il figlio.
La gestione dei bambini non è un affare tra donne, né i padri devono addurre alibi quali il lavoro, l’inesperienza, l’inadeguatezza.
La forclusione dipende anche (forse soprattutto) da quanto i maschi tendono a tirarsi indietro, delegando le donne a un superlavoro che, inevitabilmente, diventa complicità, esclusività, eliminazione del padre.
In questa situazione, nel corso degli anni, gli uomini generalmente si fanno sempre più da parte, contano sempre meno, si immergono nel lavoro. A volte scappano, ponendo di fatto fine alla coppia, non riuscendo a capire cosa sia davvero successo.

La paternità intesa come assistenza alla partner (la neomamma) può sembrare una funzione riduttiva ed insufficiente e in verità molte correnti di pensiero contemporanee giudicano questo ruolo inadeguato, insoddisfacente e soprattutto di retroguardia.
Tuttavia, ad un’analisi più attenta, che il partner assista ai bisogni fisiologici e psicoaffettivi della neomamma favorisce da una parte l’accostarsi dell’uomo all’accudimento del bambino, dall’altra promuove lo straordinario e delicato compito di traghettare la vita di coppia verso la vita familiare senza che la coppia stessa ne risenta in termini di depauperamento affettivo e sterilità emotiva.

Aiutare la propria compagna a prendersi cura del piccolo attraverso una temporanea e strategica fluttuazione affettiva e relazionale facilita l’adattamento tra le diverse esigenze dei componenti della famiglia: il padre dovrebbe cioè avere il compito di trasferire la coppia in un nuovo sistema chiamato famiglia, stando attento che i bisogni di ognuno (partner, figli, parenti stretti, se stesso) rimangano soddisfatti e non frustrati.

(R. Schiralli, U. Mariani, tratto da “Mio figlio mi legge nel pensiero”, Mondadori)