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A proposito del carattere dei figli

Malgrado dopo un lungo dibattito scientifico sia stato da tempo risolta, la questione ogni tanto rispunta fuori: ma i bambini hanno già un carattere preformato alla nascita oppure sono l’ambiente e l’educazione a determinare l’itinerario della vita?

Già a metà degli anni settanta il dibattito scientifico, per la verità a tratti molto aspro, si concluse con il ritenere, dopo un’enorme quantità di prove e sperimentazioni, che il carattere è forgiato prevalentemente dall’ambiente e dai rapporti educativi che i genitori offrono ai propri figli.

In sostanza, ogni bambino nasce con un corredo cromosomico connotato da potenzialità ed energie istintuali che prendono forma ed assumono concrete condotte comportamentali nelle relazioni on l’Altro (genitori), nell’incontro con gli Altri (la società) e nella disponibilità di beni e servizi (ambiente).

Tra tutte le sperimentazioni nel corso degli anni sessanta e settanta, la ricerca effettuata con gemelli monozigoti rimane ancora la prova più evidente: gemelli con un identico corredo cromosomico, separati alla nascita ed educati in famiglie, società e ambienti differenti, reagiscono con lo sviluppare personalità, carattere e perfino attitudini completamente diversi.

Allo stato attuale, perfino dopo la scoperta dell’intero genoma umano, non si ha alcuna indicazione in grado di mettere in dubbio un carattere geneticamente determinato e che risulti “attivo” per tutta la vita.

In effetti apparirebbe difficile pensare alla genialità calcistica di Maradona qualora, invece di essere nato in Argentina, terra con una spiccata tendenza a ritenere il calcio un grande valore, fosse nato in Groenlandia.

E’ verosimile che molti groenlandesi possano essere nati con una geniale predisposizione a giocare a calcio, ma, non avendo disponibilità di campi da gioco (ambiente), le loro attitudini si siano perse per strada.

E’ molto probabile che perfino dante Alighieri, qualora fosse nato nello Zambia, avrebbe avuto ben altri pensieri nella testa né avrebbe mai sviluppato la sua lirica.

Malgrado tutto ciò, il senso comune, una certa parte della stampa e generici opinion leader (se è vero, è paradossale dare del generico a un leader, ma questo offre la gran parte dell’attuale mercato culturale) continuano a riproporre il carattere come una sorta di corredo che ci portiamo dalla nascita e che occorre solo sviluppare a prescindere da quanto succede intorno e dentro lo stesso bambino.

“Ha lo stesso carattere caparbio del nonno!”, “Ha un mese e già si vede che è molto intelligente”,  “E’ pigro come suo padre”, “E’ un peperino come la mamma”. E via, di sentenza in sentenza, di etichetta in etichetta, quasi a sciorinare oroscopi e presagi.

La faccenda può sembrare di poco conto, quasi che non fosse, ad un’analisi più attenta, molto pericolosa.

Ritenere il carattere un elemento genetico e immodificabile, alla stregua del colore degli occhi, tende a deresponsabilizzare l’impatto educativo e l’opera “morale” della medesima educazione nonché dell’incontro e della relazione con i figli.

La responsabilità degli adulti aiuta invece a recuperare possibili svantaggi, così come la tendenza alla deresponsabilizzazione non favorisce la realizzazione di quelle aree potenziali di sviluppo possedute da ogni bambino fin dalla nascita.

Puntare sulla relazione e non sui fantomatici caratteri preformati e preordinati aiuta ad incontrai e apre speranze al poter fare. Tanto quanto più i figli sono piccoli.