Alessio preso nella ReteQuando Alessio, un ragazzo di appena sedici anni, mi fu portato dai genitori, rimasi colpita dalla smorfia di angoscia e terrore stampata sul suo volto. Si era spaventato qualche notte prima. Stava chattando su Internet quando il mouse, improvvisamente, smise di funzionare. Forse un contatto, forse la “pallina” consumata, forse il destino. Alessio, impietrito davanti il video, iniziò a tremare lievemente, a non poter stare fermo con le gambe. Raggiunse la cucina; poi tornò precipitosamente al computer nel tentativo di riparare il mouse. Non riusciva ad andare in camera per dormire. Forse non poteva. I tremori e l’agitazione aumentarono. Di lì a poco iniziò a inveire contro il computer, a bestemmiare, a prendere a calci sedie e libri sotto lo sguardo esterrefatto dei genitori accorsi in pigiama. L’improvviso black out della Rete aveva scatenato in Alessio una violenta crisi di astinenza. L’angoscia pervase Alessio tutta la notte e i giorni a seguire. I genitori, preoccupati, chiamarono il medico di famiglia, il quale consigliò una blanda terapia a base di ansiolitici, ma esortò tutti a rivolgersi anche ad uno specialista. E’ così che la famiglia Beltrami si presentò presso il mio studio. “Purtroppo Alessio ha preso questo vizio di stare tutto il giorno davanti al computer da molto tempo. Non esce più, non parla. Sta con noi solo per mangiare a cena; ed anche lì va di fretta.” “Alessio, da quanto tempo chatti?” “Da un anno circa.” Si precipitò a rispondere la mamma, bruciando tutti sul tempo. “Alessio, mi dici come ti senti in questo momento?” “Adesso è stanco, dottoressa.” “Mi scusi, signora, vorrei che rispondesse suo figlio.” “Ma Alessio è timido. Non parla mai con gli estranei, almeno all’inizio.” “Anche se ti senti un po’ a disagio, puoi dirmi come ti senti ora?” “Beh…non lo so.” Fece il ragazzo con un filo di voce, guardando la mamma. “Vede, dottoressa? E’ stanco, ma non lo sa. E’ stato sempre timido.” “Signor Beltrami!” “Sì?” “Anche lei è d’accordo con sua moglie? Pensa che Alessio sia stanco e timido?” “Sì.” “Vuole aggiungere altro?” “No.” Dentro di me, quel pomeriggio, pensai che, tra un padre monosillabico e una madre logorroica e invadente, chattare doveva essere proprio una liberazione. Peccato per quel mouse: oggi non sono più buoni come una volta! A stento convinsi i signori Beltrami ad aspettare nella sala d’attesa per parlare un po’ con Alessio. Non ero infatti ancora riuscita a scambiare alcuna parola con il ragazzo, tanta era l’invadenza e soprattutto la continua sovrapposizione della madre alle emozioni, alle sensazioni, alle parole, perfino alla paura del figlio. Alessio non era stanco: era disorientato. Non era timidezza: era svuotato, soffocato, era in difficoltà. E il padre lì, a ripetere sì e no con tutte le tonalità possibili, quasi per darsi una parvenza di interessamento. “Alessio, ho l’impressione che tu non sia stanco.” “La mamma dice che…” “La mamma ora non c’è. Come ti senti?” “Sto male. Tanto.” “Cosa senti?” “Un vuoto qui, vicino allo stomaco.” “Da quando lo senti?” “Non lo so. Però se sto in Rete non lo sento.” “Cosa fai con il computer?” “Conosco gente, parlo. Mi diverto.” “Hai amici veri?” “Intende fuori la Rete?” “Esatto.” “No, non li ho.” “A scuola?” “Poca roba.” “Non ti incuriosisce il mondo, là fuori?” “Pensa a tutto la mamma.” Venni a sapere, dopo diversi colloqui con i genitori, che Alessio da piccolo, all’età di otto anni, aveva avuto un grave problema ai reni, risoltosi dopo tanti ricoveri e molte cure. Da quell’episodio tuttavia la signora Beltrami non ne uscì mai. Continuò a proteggere il figlio, a decidere cosa poteva e non poteva fare, a difenderlo da ogni interferenza o problema che lo potesse, anche lievemente, disturbare. Quasi fosse un bambino piccolo. Litigava con gli insegnanti se assegnavano troppi compiti; allontanava gli altri ragazzini se giocavano con Alessio per non farlo sudare. Nessuno sport, nessuna gita, nessuna autonomia. La mattina ancora lo vestiva. Di notte dormiva spesso con lui per controllare il respiro, il battito, la temperatura, noncurante che, assieme al respiro, gli toglieva la possibilità di sentirsi e di viversi qualsiasi emozione. Alessio cresceva a stento e impaurito, ma i genitori non ci facevano caso. La mamma giù, a darsi da fare per Alessio, rimasto, almeno nella sua testa, bambino e malato; il babbo a farsi gli affari propri con i suoi frettolosi sì e no. Ad Alessio non rimaneva che diventare così il Sandokan della Rete. Viaggia su siti porno; dà appuntamento a ragazzi e ragazze per avventure virtuali; manda messaggi; riceve risposte, foto e proposte. Quando Alessio, un anno dopo, cominciò a mettere i primi passi fuori la Rete, la mamma non lo mandò più.
(Tratto da “Cercasi genitori disperatamente. Come aiutare i figli adolescenti a sconfiggere le dipendenze da droga, cibo, alcool, internet…” Di Rosanna Schiralli, Franco Angeli Editore)
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